Quali sono gli elementi di una pista ciclabile di qualità? Come creare una mobilità a misura d’uomo? Sono due delle domande che abbiamo fatto all’ingegner Marco Passigato, esperto a livello nazionale di progettazione e pianificazione di mobilità ciclistica e percorsi ciclopedonali, e consigliere nazionale della Fiab, Federazione Italiana Amici della Bicicletta.
Lei è un progettista e pianificatore di interventi per la mobilità ciclistica e la sicurezza stradale in genere. Quali progetti ha seguito?
Il mio interesse per le piste ciclabili è nato più di 30 anni fa con un primo viaggio in Olanda e Belgio fatto in bicicletta. Ho iniziato seguendo dei piccoli progetti per alcuni quartieri di Verona. In seguito il Comune di Verona mi ha incaricato ufficialmente di occuparmi della parte della ciclabilità nel proprio piano del traffico. Ho seguito poi il piano di ciclabilità di Pordenone e Trento.
Assieme a Fiab, Federazione Italiana Amici della Bicicletta, ho lavorato alla redazione del Piano Regionale della Mobilità Ciclistica 2004-2014 della Regione Veneto. Ho seguito anche i piani delle Provincie di Rimini e Trieste e di alcuni comuni della Lombardia. Questo per quanto riguarda la pianificazione. Per quanto riguarda nello specifico la progettazione, ho lavorato in varie città come Pordenone, Portogruaro e vari comuni del veronese, affrontando anche tragitti di lunga percorrenza come nella zona di Rovigo.
In base alla sua esperienza quali sono i criteri per una pista ciclabile di qualità?
I criteri fondamentali sono tre: sicurezza, continuità e comfort. Nel realizzare una pista ciclabile occorre prestare attenzione al percorso e alle soluzioni tecniche che assicurano minori rischi d’incidente, non solo per i ciclisti, ma anche per i pedoni e gli altri utenti della strada. Sicurezza significa garantire un sufficiente livello di illuminazione, spazi e visuali che trasmettano la sensazione di serenità e che favoriscano la convivialità con gli altri utilizzatori del percorso.
La continuità è un elemento fondamentale affinché una rete ciclabile sia attrattiva nei confronti degli utenti. Va rispettata soprattutto negli incroci stradali che sono i punti più pericolosi per il ciclista. Continuità significa non fare piccoli tratti disgiunti, ma tracciati logici di una certa lunghezza, preferibilmente dalla periferia al centro, in modo che il ciclista continui a pedalare con fluidità, senza doversi fermare di continuo.
Il tracciato infine deve possedere quelle soluzioni tecnico-costruttive che rendono confortevole il flusso di biciclette. A questo proposito sono importanti le sezioni che, possibilmente, non devono essere promiscue con i pedoni, altrimenti il pedone diventa un forte ostacolo alla fluidità dell’andare in bici. Occorre inoltre fare attenzione alle pavimentazioni, alla segnaletica orizzontale e verticale, semaforica e direzionale.
Comfort vuol dire un’adeguata manutenzione, ovvero una pista pulita, senza buche, senza siepi che ingombrino. Il comfort riguarda anche aspetti altimetrici: gli attraversamenti, i cordoli, i cambi di pavimentazione, i bordi delle corsie devono essere adeguatamente raccordati e dimensionati.
So che ha avuto modo di vedere i parapetti in acciaio corten di CortenSafe: cosa ne pensa? Quale aspetto apprezza di più?
La trovo un’ottima soluzione. Dal punto di vista percettivo la patina protettiva che si forma sull’acciaio corten gli conferisce un colore simile ad alcuni legni, inserendosi perfettamente nel contesto paesaggistico. Dal punto di vista dei costi non vi è una differenza significativa rispetto a certi legni pregiati, anzi. Per il corten diventano vincenti la durata nel tempo e l’assenza di manutenzione: il legno dopo una decina d’anni comincia a dare segni di decadimento, mentre il corten conserva il suo aspetto e le sue caratteristiche anche dopo 30-40 anni. Non dimentichiamo inoltre gli aspetti di funzionalità e sostenibilità: il parapetto in corten lo puoi smontare e rimontare rapidamente e con facilità, infine questo tipo di materiale è riciclabile al 99%.
Lei è anche Consigliere Nazionale e coordinatore dell’Area Tecnica della Fiab – Federazione Italiana Amici della Bicicletta onlus. Quali sono gli obiettivi di questa associazione?
La Fiab è un’organizzazione federativa diffusa a livello nazionale, riunendo circa 150 associazioni autonome locali e 17mila soci. È presente in tutte le Regioni anche se numericamente è più forte al Nord Italia. La sua finalità principale è la diffusione della bicicletta quale mezzo di trasporto ecologico, migliorando la ciclabilità urbana negli spostamenti casa-scuola e casa-lavoro, e la ciclabilità extraurbana: ad esempio ciclo-escursionismo e cicloturismo. La parola d’ordine di Fiab in questi anni è “una bici in più, un’auto in meno”.
La ciclabilità non ha bisogno solo di infrastrutture, ma di una nuova forma mentis per cui l’andare in bici è moderno, è un atteggiamento positivo verso se stessi, la società e l’ambiente. Andando in bici si sta bene e il corpo ne guadagna in salute. Il miglioramento della mobilità ciclistica, inoltre, ha benefiche ricadute sul clima e sull’inquinamento.
E qui si inserisce il corso di perfezionamento in “Promotore della mobilità ciclistica” dell’Università di Verona di cui lei è coordinatore tecnico-didattico…
La Fiab infatti è impegnata anche in questo progetto. Attivato nel 2013 il corso è composto da 10 giornate: sei in aula e quattro in bici visitando esempi di eccellenza come Bolzano o la Valsugana. Questo corso forma una figura che non è un progettista, ma un soggetto esperto nello sviluppare il marketing territoriale, nel fare sistema nel territorio per costruire relazioni che attivino e valorizzino la mobilità ciclistica. Occorre orientare gli operatori economici a pensare alla bici come occasione di sviluppo e aiutare i cittadini a cambiare abitudini orientandosi a stili di vita con meno auto.
Com’è la situazione delle piste ciclabili nelle nostre città? Cosa bisognerebbe fare per migliorare questa situazione?
Rispetto ad altri paesi europei siamo molto indietro. In città come Monaco di Baviera o Groningen la mobilità ciclistica è matura e ben organizzata con piste ciclabili e “zone 30”. In molte nostre città siamo ancora agli spezzoni di pista ciclabile, alle difficoltà di passaggio negli incroci: ci sono i piani ma non ci sono ancora le direttrici. È da sottolineare comunque che dal punto di vista del cicloturismo le provincie di Trento e Bolzano hanno delle strutture di grandissima qualità. Dal punto di vista della mobilità urbana Bolzano, Reggio Emilia e Mestre, ad esempio, iniziano ad essere città di buon livello.
Noto inoltre un aumentato desiderio di qualità negli utenti. Una volta anche se la ciclabile era discontinua, un po’ stretta e magari realizzata anche male, ci si accontentava. Adesso la gente non si accontenta più. Se la ciclabile non è perfetta, si fanno sentire dall’amministrazione. Se un Comune vuole convincere qualcuno ad andare in bicicletta deve dare delle cose belle: il “contentino” non basta più. Ci vogliono proposte di qualità e dignità.
Come raggiungere una mobilità più sostenibile e a misura d’uomo?
Nelle città la parola d’ordine non è più quella vecchia “vogliamo più piste ciclabili”, ma “vogliamo andare in bici in sicurezza”, desiderio che non richiede necessariamente le piste ciclabili. Quest’ultime ovviamente sono utili lungo le grandi direttrici – in particolare quella periferia-centro –, nei punti pericolosi e nell’attraversamento di incroci importanti, ma oramai nei quartieri di tutta Europa ci sono le “zone 30”, dove la velocità è rallentata.
Una mobilità sostenibile vuol dire anche andare a piedi – per cui marciapiedi larghi, attraversamenti pedonali comodi, ecc. – e un adeguato servizio di trasporti pubblici. Bisogna far sparire l’auto finché non la si utilizza, mettendola nei garage o nei parcheggi sottoterra, per liberare le strade e le piazze dalle auto in sosta. L’auto si utilizza quando non ci sono alternative. In definitiva una mobilità più sostenibile si ottiene usando un po’ più la bici e meno l’auto.